Nell’ambito della programmazione culturale estiva e autunnale dell’Italia meridionale, la diciannovesima edizione del Festival Internazionale di Musica Sorrento Classica, The International Music Festival of Sorrento, curata dal Maestro Paolo Scibilia, si propone come un significativo punto di intersezione acustica dedicato all’esecuzione e al confronto interculturale; la manifestazione, promossa e strutturata dalla Società dei Concerti di Sorrento, si avvale del sostegno istituzionale del Comune di Sorrento, della Regione Campania e del Museo Correale di Terranova, a conferma della propria funzione di presidio intellettuale volto alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico del territorio. Nel mese di settembre, l’architettura monumentale del Chiostro di San Francesco, ubicata nel centro storico della città costiera, assume la funzione di palcoscenico principale, accogliendo una serie di sei appuntamenti concertistici serali caratterizzati da un’articolata pluralità di linguaggi musicali che spaziano dal repertorio canonico europeo alle contaminazioni stilistiche dell’avanguardia del Novecento e della tradizione etnomusicale. La terza tappa di questo interessante viaggio ci porterà domani, giovedì 10 settembre, nella cornice del Chiostro di San Francesco, alle ore 20,45, nell’atmosfera mitteleuropea con Sounds of Bohemia, una performance dello Smetana duo, composto dal violoncellista Jan Páleníček e dalla pianista Jitka Čechová. L’esecuzione si propone come un’indagine rigorosa nell’ identità musicale ceca, portando alla luce il ricco retaggio espressivo della Bohemia e le sue peculiarità timbriche ed evocative. La serata principierà con la trascrizione per violoncello e pianoforte del Valse Sentimentale in fa minore, Op. 51 n. 6 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, composto nel settembre del 1882 nell’amena residenza estiva di Kamenka, in Ucraina, quale ultimo pezzo della raccolta Six Morceaux per pianoforte solo, dedicata a varie figure dell’entourage affettivo e sociale dell’autore. Il n. 6 fu intitolato a Marija Kondrat’eva, giovanissima figlia di Nikolaj Kondrat’ev, uno dei più cari amici d’infanzia di Čajkovskij. Sebbene concepita per la dimensione intima e privata del salotto borghese, la pagina ha presto valicato i confini della letteratura pianistica, diventando uno dei brani lirici più amati del compositore russo, soprattutto grazie alle fortunate trascrizioni per strumento ad arco e pianoforte. Il valzer, si spoglia qui di ogni sfarzo orchestrale o mondanità da ballo per ripiegarsi in un’elegia trasparente, velata di discreta melanconia. Si proseguirà con l’ Enrique Granados Danza Spagnola n. 5 “Andaluza”, dalla raccolta delle 12 Danzas Españolas, Op. 37, nella trascrizione per violoncello e pianoforte. Nata originariamente per pianoforte solo, la composizione ha conosciuto innumerevoli trascrizioni, per chitarra, violino e, per violoncello e pianoforte, proprio in virtù della straordinaria vocalità della sua linea melodica. Il brano si articola secondo una classica struttura tripartita, caratterizzata da un ritmo ostinato ed energico del pianoforte che evoca in modo inequivocabile il “punteo” e lo “rasgueado”, della chitarra flamenco. Su questo ordito ritmico, denso e vibrante, si innesta la voce del violoncello con una melodia fiera, sinuosa e dai contorni tipicamente andalusi. Quindi, il tempo rallenta e il clima si trasforma radicalmente. L’impeto ritmico lascia il posto a una parentesi lirica e intimista. Qui il violoncello sfrutta appieno il suo timbro caldo e profondo nel registro medio-grave, intonando un canto malinconico che richiama la tradizione del cante jondo andaluso, sospeso tra nostalgia ed estasi espressiva. Quindi, il tema iniziale riaffiora con rinnovato vigore, conducendo l’ascoltatore verso una conclusione rapida e rigorosa, che sfuma con un’improvvisa ed elegante perentorietà. Ascolteremo, poi, la Sonatine di Maurice Ravel, per pianoforte solo, composta tra il 1903 e il 1905, che rappresenta un perfetto equilibrio tra il rigore formale di stampo neoclassico e la raffinata ricerca timbrica dell’impressionismo francese. Il primo movimento nacque in risposta a un concorso indetto dalla rivista Weekly Critical Review, che richiedeva l’elaborazione del primo tempo di una sonatina non superiore alle 75 battute. Nonostante la squalifica di Ravel — la cui composizione superava di sole due battute il limite imposto —, l’autore completò nei mesi successivi gli altri due movimenti, dando vita a uno dei suoi capolavori pianistici più amati. L’intera opera si fonda su una straordinaria economia di mezzi: un nucleo tematico di quarta discendente, presentato fin dalle prime battute, si trasforma e si ripercuote attraverso tutti e tre i movimenti, garantendo una coesione ciclica impeccabile, con il Modéré: In forma-sonata tradizionale, si apre con una linea melodica trasparente e malinconica in Fa diesis minore, accompagnata da fluenti arpeggi, il Mouvement de menuet che sostituisce il consueto tempo lento con una danza d’ispirazione settecentesca, e l’ Animé, un finale virtuosisitico e di grande impatto drammatico. Si continua con l’impressionismo francese e il Claude Debussy di Beau soir per cello and pianoforte, composta intorno al 1880, quando Debussy era ancora un diciottenne allievo del Conservatorio di Parigi, una delle melodie più celebri del suo catalogo giovanile, basata sulle terzine liriche del poeta simbolista Paul Bourget, racchiudente in nuce quell’estetica dell’evocazione e dell’impalpabilità che definirà la rivoluzione impressionista di Debussy negli anni a venire. All’apertura del brano, il pianoforte schizza un disegno fluttuante di terzine in movimento perpetuo, creando un’atmosfera sospesa e liquida su cui si innesta il canto del violoncello. Man mano che il brano progredisce, l’armonia si fa più densa e l’intensità espressiva cresce gradualmente, raggiungendo il suo culmine riflessivo nella sezione centrale, dove la consapevolezza della caducità umane trova voce in modulazioni espressive più intense. Verrà, indi, proposto, Après un rêve un celebre brano di Gabriel Fauré, pubblicato come primo pezzo delle Trois mélodies, Op. 7, No. 1, originariamente composto per voce e pianoforte su testo anonimo toscano adattato da Romain Bussine, diventato celebre nel repertorio per violoncello e pianoforte grazie alla celebre trascrizione di Pablo Casals. Il brano trasfigura in musica una lirica anonima d’origine italiana, tradotta in francese dal poeta Romain Bussine, che descrive un sogno d’amore sublime e la dolorosa disillusione al risveglio alla realtà. Il violoncello rileva la linea vocale originaria, sfruttando il suo timbro caldo nel registro medio-acuto per dare voce al tono nostalgico ed elegiaco della melodia, mentre il pianoforte si apre con un pulsare continuo e fluido di crome, mantenendo una scansione ipnotica su un basso calmo e misurato. Su questo tappeto armonico si innesta la voce, sommessa ed espressiva, del cello, che canta l’illusione di una notte d’amore pura e luminosa. E siamo al teatro interiore di Bedřich Smetana, con Macbeth e le streghe, composto nel 1859 durante il periodo trascorso come direttore d’orchestra a Göteborg, in Svezia, questo brano rappresenta un punto d’arrivo straordinario nella letteratura pianistica di Smetana. Ispirato alla tragedia di Shakespeare, il pezzo supera i confini del semplice brano virtuosistico per trasformarsi in un vero e proprio “poema sinfonico per pianoforte”. L’opera si apre Allegro moderato in una tonalità cupa di sol minore. Il pianoforte evoca il mondo irreale e demoniaco delle streghe attraverso figurazioni rapide, trilli nei registri gravi e bruschi scarti dinamici. Gran finale con le Variations on a Slovak Theme, H. 378 composte da Bohuslav Martinů nel marzo del 1959 mentre si trovava in Svizzera, ultimate pochi mesi prima della sua scomparsa, un commovente testamento spirituale e un nostalgico omaggio alle proprie radici mitteleuropee. In esilio permanente a causa degli sconvolgimenti politici della Seconda guerra mondiale e dell’ascesa del regime comunista in Cecoslovacchia, Martinů mantenne sempre un forte legame affettivo con la propria terra d’origine. Il tema utilizzato per l’opera proviene dal canto popolare slovacco A ja taká dzivočka (“E io sono un’intrepida ragazza”), caratterizzato da una struttura metrica vivace e da un’impronta lirica tipicamente ceca e slovacca, al quale seguono cinque variazioni.


